(www.enopress.it). Vino è tradizione, territorio, cultura - Le Cantine Ocone sono ubicate nel comune di Ponte in provincia di Benevento, nel cuore dell'antico Sannio - La vocazione per l'enologia di questa parte della Campania risale a tempi remoti, ma solo nell'ultimo quarto del secolo scorso è affermata in Italia e all'estero - Falanghina e Aglianico sono un' eredità dell' antichità greca e romana raffinatesi grazie al progresso della scienza della vinificazione ed all'evoluzione degli imprenditori agricoli locali - Poche aziende vitivinicole in Campania possono vantare una lunga, vera tradizione - I cognomi che contano sono quattro: Mastroberardino in Irpinia, D'ambra a Ischia, Moio in provincia di Caserta. E, nel Sannio, Ocone..... Domenico il continuatore.....
I vini che sorprendono
La famiglia Ocone conduce l'azienda fin dal 1910, credendo nel valore di queste terre, selezionando le qualità di vitigni storici ed esaltandone caratteristiche e tipicità. Fondata nel 1910 da Giuseppe Ocone quando il vino era venduto prevalentemente in botti e damigiane, con destinazione prevalente l’Italia del nord. Negli anni ’30 si è sviluppata all’avvento del figlio Luigi, che nel 1954 realizzò nell’azienda il primo sistema di refrigerazione e la prima linea di imbottigliamento.
Negli anni ’60 Luigi Ocone si dedicò soprattutto all’impianto ed alla vinificazione di varietà locali di uva, quali l’Aglianico, il Greco, la Falanghina etc. Negli anni ’70 è subentrato il figlio Domenico il quale, con Luigi Pastore, responsabile della produzione, e Silvio Belfiore, responsabile amministrativo, Carmelo Ferrara l'enologo, Nicola Pastore, figlio di Luigi, che si occupa della comunicazione. Conduce l’azienda sempre più orientandola verso il miglioramento della qualità e la caratterizzazione dei propri vini.
L’acquisizione continua di innovazioni tecnologiche, unita all’esperienza ed alla passione per il lavoro, stanno portando, anno dopo anno, la produzione aziendale a livelli qualitativi sempre più alti.
"I vini che sorprendono" li ha definiti il magazine di Forbes. Numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali sono stati attribuiti a Falanghina, Piedirosso, Aglianico, ma noi oggi in vista del centenario vogliamo risalire alle origini.
L'altra faccia del Vino
Ricordava Gimmo Cuomo, sul CorrierEconomia de Il Corriere della Sera, con Ocone rivive anche il mito, da Diomede a Calidonio - non solo - ma nella passione di ricerca delle radici, nel culto dell'arte, degli avi, della storia. Ed allora è ricerca, studio. Tanto che Domenico Ocone, in occasione di simposi internazionali presenta sul 'vino affumicato', ovvero l' Aglianico, presenta un lavoro di grande interesse.
I "Kapnios Ampelos " o vini affumicati
La sua ricerca tende a stabilire che i discendenti delle "Kapnios Ampelos " o vini affumicati, non sarebbero altro che gli attuali Cabernet, dall'aroma di legno delicatamente affumicato.
"Noi - scrive Ocone - abbiamo quindi deciso di tentare di riprodurre quello che noi crediamo essere questo gusto delicato appena affumicato del Cabernet antico. La nostra inchiesta sulle origini del vitigno affumicato del Cabernet simile alla vite affumicata ci ha portato a viaggiare attraverso gli scritti dei migliori specialisti e gli articoli dei dizionari storici. Il nostro punto di partenza è la definizione della "Kapnías" nel celebre Liddel and Scott ancient Greek englísh lexicon: "Vino dal gusto fumoso proveniente da una lunga esposizione al fumo, o vino ottenuto partendo dalla vite affumicata."
"Aristotele e il suo allievo Teofrasto, il padre della botanica moderna, hanno stabilito che il vino "Kapnias" era fatto con le uve del tipo "Kapnios", il lessicografo Hesichio precisa che il colore di quest'uva era "rosso - nero".
Il vino Kapnias è molto spesso localizzato in Magna Grecia, quelle parti dell'Italia del sud e della Sicilia colonizzati dai greci dall'8° al 4° secolo avanti Cristo.Ateneo, autore del " Banchetto dei sofisti" cita il "Kapnias" e indica che è prodotta "a Benevento, una città d'Italia". Vecchi storici affermavano che Benevento, che resta ai nostri giorni un importante centro vinicolo dell'entroterra della Campania, nella Italia meridionale, fu fondata da un greco, l'eroe di Omero Diomede. Il vino fumoso prese il nome latino di " Vinum fixmosum". Liddel and Scott, da parte loro, hanno confermato la parentela greca di questo prodotto latino traducendo " Kapnias" in "Vinum fumosum".
Il nome si è evoluto, cambiato con il tempo per meglio delineare il gusto leggermente affumicato della uva di questa vigna e può darsi, per esprimere il contatto del vino con il carbone del legno bruciato. Nel primo secolo della nostra era, il naturalista Plinio il Vecchio parla della "carbonica" la "vigna del carbone del legno ", trapiantata dalla Grecia a Narbonne, all'estremo sud della Genia, punto di partenza della "strada della vigna" che condurrà a Bordeaux.
Columella, agronomo latino rinomato, ha appoggiato questa tesi. E lui descrive, infatti, la vigna "Balisca", conosciuta nella vecchia Aquitania sotto il nome di " Biturica", come una pianta rustica resistente, proveniente da Dyrrachion, all'epoca una città della provincia settentrionale greca dell'Epiro, celebre per i suoi vini di grande qualità nell'era precristiana, i vini greci avevano una grande reputazione internazionale.
Ma al tempo di Plinio e Columella, l'importazione di questi vini costava cara e il loro trasporto per via terrestre era difficile. Tutto ciò si è tradotto nella coltura locale della vigna. Man mano che questa coltura progrediva poco a poco verso il nord, lungo la Garonna, dei ceppi più robusti furono stati introdotti per resistere ai duri inverni ed alle piogge della Gallia interna.
Con 'carbonica' quella strada della vigna che porta a Bordeaux
Eminenti specialisti inglesi e francesi della storia del vino hanno stabilito che il vitigno "carbonica", importato in Gallia durante il primo secolo della nostra era, portava due nomi nel sud e nel centro del Bordelais, si chiamava "Bìturica" dal nome dei Biturici, una tribù celta filoellenica "Biturica" o "Balisca", in ogni modo questa è una vite venuta dalla Gallia antica ed è all'origine della viticoltura bordolese. Oggi, questi nomi sono sopravvissuti nel dialetto della regione e si dice "Bidure" o "Vidure" per indicare il Cabernet Sauvignon. I ceppi del Cabernet hanno tutt'oggi la fama di produrre una delle uve più resistenti alle intemperie.
Il 'Carbonet'
Qualche secolo dopo la caduta di Roma, gli abitanti del nord del bordolese sembrano avere attribuito un altro nome al Cabernet Sauvignon e al Cabernet franc. Sulle rive della Gironda, si diceva " Carbonet" o" Carbouet", deformazioni evidenti del latino " Carbonica" citato da Plinio. L'enciclopedia Larousse stabilisce un legame diretto tra il "Carbonet" e il moderno Cabernet, rilevando che il Cabernet si è chiamato "Carbonet" nella Gironda fino al 17° secolo. Dopo, si è chiamato Cabernet.
Dalla "Kapnias vinos" (vino affumicato) al più nobile dei vitigni di Francia
Oggi la famiglia dei Cabernet, Cabernet Sauvignon, Cabernet franc, Merlot e Petit Verdot, domina la preparazione dei Bordeaux rossi. Le enciclopedie francesi dicono tutto del Cabernet Sauvignon che è il più nobile dei vitigni di Francia, regno del vino. Quindi oggi possiamo tracciare una sorprendente genealogia, partendo della "Kapnias vinos" (vino affumicato) ottenuto dalla " Kapnios ampelos " (vite affumicata) della Grecia antica per arrivare al moderno Cabernet, passando attraverso il "vinum fumosum" e la " carbonica" latina, quindi per la "Biturica" celta e il "Carbonet" girondino.
La nostra conclusione è chiara: il vitigno del Cabernet, uno dei più acclamati nella storia del vino, è molto probabilmente il discendente della vigna "Kapnios" della Grecia antica e il vino ottenuto dal Cabernet, una versione moderna dell'antíco «Kapnias".
Asteas, «Il vaso di Sant’Agata»
Si tratta di un Cratere a calice in argilla rosata, recuperato dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale raffigurante il Ratto di Europa. Fu rinvenuto nel Sannio a Sant'Agata dei Volsci, e denominato «Il vaso di Sant’Agata», prima di essere trafugato. Ora, ricorda Domenico Ocone che ne chiede il definitivo trasferimento là dove fu trovato, è stato utilizzato per commemorare il cinquantesimo anniversario della storica firma dei Trattati sulla Comunità Economica Europea e sulla Comunità Europea dell’Energia Atomica (Euratom), chiamati anche Trattati di Roma.
Il Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica ha organizzato nel 2009, nel Salone dei Corazzieri del Palazzo del Quirinale, una grande mostra, aperta fino al 20 maggio, alla quale hanno partecipano i ventisette Paesi dell’Unione. Ogni Nazione ha scelto un’opera ritenuta emblematica della propria storia; alle opere prestate dai Paesi dell’Unione si è aggiunto questo vaso del IV secolo a.C raffigurante il Ratto di Europa esposto accanto agli originali dei Trattati.
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